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marialuisa palumbo  malupa@libero.it
critico di architettura  10.01.01
HOLLAND MAKES SPACE
Nella terra desolata del'Expo, il padiglione olandese appare come un'emergenza eccentrica e provocatoria. Non è certo né una torre Eiffel né una cupola geodetica, non è cioè un landmark. Ma è sicuramente una riflessione sullo spazio o, più precisamente, una riflessione sul "fare spazio" come fondamentale attività, reale e metaforica, di una società.
In questo senso il padiglione è un manifesto che eplicita una dichiarazione d'intenti: "Holland makes space for new environments for new land and new nature for new solutions for new ideas".
Una dichiarazione tutt'altro che banale o neutrale, dal momento che esprime l'idea di una diretta continuità non solo tra natura e artificio ma precisamente tra l'invenzione di nuove tecniche e l'invenzione di una "nuova natura", ovvero di una natura non soltanto artificialmente ri-prodotta, ma tecnicamente mutata, estesa, dilatata, aumentata, riconfigurata.
Certo, l'idea della riconfigurazione artificiale del paesaggio è più che mai consolidata in una terra largamente "autocostruita", in gran parte sotto il livello del mare, attraverso una straordinaria capacità di gestione dell'acqua. Ma il punto è che il salto di scala implicito nelle possibilità aperte dalle nuove tecnologie estende le possibilità di riconfigurazione del nostro ambiente al di là della dialettica classica tra la terra e il mare, o tra una geometria del suolo montuosa o pianeggiante.
Infatti se la "nuova natura" è una natura "aumentata", ovvero una natura ibrida di materia organica e chip al silicio, i nuovi termini che si fronteggiano e si contendono lo spazio sono oggi corpi e onde, materia e informazione, configurazioni stabili e solide e flussi mutevoli e dinamici di dati. Per altro, la radicale novità rispetto al passato, sta nel fatto che questi termini non sono più inconciliabili opposti ma, al contrario, sono termini che tendono a fondersi, generando una nuova, inedita continuità tra materia solida e materia liquida.
Da questo punto di vista, oggi il problema dello spazio è, prima di tutto, un problema di interfaccia, o di intermediazione, tra ciò che sta, immobile o radicato alla terra, e ciò che viaggia, sulla superficie della terra o attraverso lo spazio cosmico.
Come ri-collocare l'architettura in questo contesto?
Il padiglione dei MVRDV più che dare una risposta, dà forma a questa domanda, esprimendo l'esigenza e la volontà dell'Olanda di fare-spazio a nuovi ambienti, nuove idee e nuove soluzioni. Attraverso un'espressiva metafora architettonica, esso ci racconta infatti l'essenza del paesaggio tradizionale olandese e la possibilità di una sua radicale trasformazione attraverso il ribaltamento della sua carateristica fondamentale: l'orizzontalità.
L'idea di una nuova estensione o costruzione verticale del paesaggio, si traduce così in un grattacielo stratificato, costituito da cinque "livelli di paesaggio" di cui il più alto è proprio lo spazio "per l'aria e per l'acqua". Qui, i fusti sottili dei mulini a vento si protendono come antenne verso il cielo, mentre il tetto/pavimento d'acqua precipita sulle pareti griglie del piano sottostante. Questo livello, circondato da trasparenti muri d'acqua, è lo spazio "per la cultura e per la gente": lo spazio per un viaggio virtuale nel paesaggio e nella storia dell'Olanda. Sotto il livello dell'acqua, si apre lo spazio "per la natura", ovvero lo spazio per la terra e la vegetazione. Ma, ancora una volta, la natura è artificio, tecnica, progetto: la foresta è una selva di colonne, tronchi d'albero imperneati tra soffitto e pavimento sorreggono il piano sovrastante. Il livello successivo, è quello delle "radici", contenute in grandi invasi di cemento insieme ad alcuni schermi digitali: è tra le radici infatti che si-fa-spazio per "new environments", reali o virtuali. Continuando il percorso dall'alto verso il basso, si arriva al livello dei fiori, simbolo della capacità produttiva e creativa della nazione: qui api virtuali e schermi digitali affiorano dall'uniforme distesa di tulipani, lo spazio "per nuove soluzioni" non può che essere uno spazio di incontro tra biologia e tecnologia. Infine, in un ultimo livello di dune di cemento, che sembrano evocare una dimensione primordiale, sottomarina o sommersa nelle viscere della terra, altri video presentano elaborazioni digitali di riprogettazione o ri-generazione del paesaggio.
Innalzandosi al di sopra del livello tendenzialmente orizzontale dei padiglioni espositivi, il padiglione olandese ci racconta di un paesaggio stratificato, dove i piani si sovrappongono, ma al tempo stesso si mescolano penetrando l'uno nell'altro e producendo una nuova natura di "accumulazione", una natura ibrida, insieme organica e meccanica, fatta di acqua, terra, cemento e schermi a cristalli liquidi.
Non sorprende per la verità che la provocazione architettonica più stimolante dell'Expo provenga dal padiglione olandese. Al contrario, la dichiarazione d'intenti che l'Olanda pone a manifesto della propria partecipazione a questa expo di fine inizio millennio -la volontà di fare spazio a nuovi modi di essere e di abitare- assume tanto più significato quanto più considerata alla luce del ruolo trainante esercitato in questi ultimi anni dal pensiero e dalla ricerca architettonica olandese.
Infatti, alla fine degli anni '70, è la forza erosiva delle parole di Rem Koolhaas a proporre una via alternativa tanto allo storicismo eclettico del postmodern, quanto alle tendenze conservative di un improbabile regionalismo "critico". Il problema, oggi più che mai centrale, che trova voce prima nelle pagine di Delirious New York e, a quasi vent'anni di distanza, nelle pagine di S,M,L,XL, è quello di riconoscere uno spazio autonomo e specifico alla contemporaneità, legittimando il presente e la sua capacità di azione e progettazione a scapito di tutti i veti imposti in nome della storia, del contesto o della "realtà": "Is the contemporary city like the contemporary airport -all the same? (...) To the extent that identity is derived from physical substance, from the historical, from context, from the real, we somehow cannot imagine that anything contemporary -made by us- contributes to it (...) The Generic City is the city liberated from the straitjacket of identity. The Generic City is nothing but a reflection of present need and present ability. It is big enough for everybody".
Ma se il generico è una strategia liberatoria, alla fine del millennio è possibile dire e dare di più, è possibile riconoscere delle problematiche e delle opportunità specifiche della società e del progetto contemporaneo. Il passaggio dall'età meccanica all'età informatica avvenuto nel corso degli anni '80 e radicalizzatosi nel corso degli anni '90, ha messo in gioco un radicale ripensamento del ruolo, delle possibilità, dei materiali e delle strategie del progetto.
Emblematico di questo processo di riconfigurazione, un progetto recente di Koolhaas per una abitazione privata a Bordeaux. Il progetto può essere letto come una riflessione sul tema della relazione tra lo spazio costruito e lo spazio dell'informazione: il cuore della casa è una piattaforma mobile che scorre accanto ad una libreria trasparente sviluppata verticalmente attraverso i tre piani dell'abitazione. La centralità dell'informazione, della sua memorizzazione e della sua accessibilità (qui nella forma del libro, degli scaffali e dell'ascensore), si trasformano nella centralità strutturale di un nucleo dinamico immaginato come "interfaccia morbida e aperta" per l'intera abitazione.
Andando oltre l'approccio metaforico di Koolhaas, protagonisti della nuova scena della società dei bits sono i giovani gruppi olandesi ossessivamente concentrati sul problema di come trasformare questo nuovo e potente materiale, il bit, in materia architettonica.
In particolare, nel lavoro di Van Berkel e Caroline Bos (UN Studio), di Kas Oosterhuis (Oosterhuisassociates), e di Lars Spuybroek (Nox), il problema della reciproca integrazione tra forma e informazione, o tra oggetti statici e flussi dinamici di dati, è divenuto il problema centrale di sorprendenti sperimentazioni progettuali.
Come dunque ricollocare l'architettura in un contesto dove è possibile attribuire alla materia una nuova sensibilità elettronica e dove strumenti di design sempre più complessi permettono di lavorare con forze mobili -come quelle dei movimenti reali e virtuali delle persone, delle cose e delle informazioni che circolano in uno spazio- e con forme dinamiche -come quelle ottenute con la tecnica del "morphing" o con altri strumenti capaci di gestire l'evoluzione di una figura nel tempo, magari trasformando diagrammi di dati in strutture formali in evoluzione?
Pressocchè comune la domanda di partenza, molteplici le piste di ricerca. Così, se l'attenzione di Van Berkel è prevalentemente rivolta allo studio dello spazio pubblico (cui si cerca di attribuire una configurazione sempre più aperta e flessibile estrapolandola dall'analisi della mobilità o dei flussi di movimento dell'area urbana in questione), per Oosterhuis e per Spuybroek il nodo centrale da risolvere è quello del rapporto tra corpo umano e corpo costruito. Ma se per Oosterhuis il corpo è essenzialmente un sistema vivente che può suggerire all'architettura nuovi modelli di interattività (sulla base della possibilità di attribuire al costruito una pelle elettronica programmabile, caratterizzata da "contenuti" dinamici e multimediali), per Spuybroek il corpo è fondamentalmente un sistema di movimento, movimento che è possibile amplificare o perturbare, attraverso un sistema architettonico immaginato come estensione prostetica del corpo stesso (e cioè come una ruota, un pattino, una macchina, un oggetto-vettore che non si limiti ad ospitare passivamente il corpo ma che ne accompagni attivamente il movimento).
In ogni caso, alla base delle nuove dinamiche progettuali è la concezione di una nuova integrazione e complementarietà tra architettura e media, o tra realtà e virtualità, come fondamento della possibilità stessa di riconfigurare il territorio architettonico, sostituendo agli inattuali principi vitruviani (stabilità, utilità, bellezza), principi propri alla società dell'informazione, come flessibilità, connettività e interattività. Naturalmente, il raggiungimento di questi obiettivi è a sua volta mediato dall'uso di avanzate tecniche informatiche, dall'elaborazione di complessi database tridimensionali, legati a modelli digitali tridimensionali, in fase progettuale, al trasferimento diretto di questi dati a macchine a controllo numerico (CNC) per la realizzazione degli elementi strutturali.
A questo punto viene naturale osservare come se nel padiglione dei MVRDV c'è ancora poco di tutto ciò, non possiamo che augurarci se non che l'Olanda faccia sempre più spazio alla propria capacità visionaria. D'altra parte, la fantasiosa imponenza di questo edificio non è che un'eloquente metafora del concetto di una nuova natura, complessa, stratificata, ibridamente composta da elementi mediali e tecnologici insieme ad alberi, acqua e terra.
Difficile non riconoscerne il valore problematico: come ricollocare l'architettura nel contesto di una nuova, sorprendente convergenza tra naturale e artificiale, tra biologico e tecnologico, tra materia e informazione?
Alla ricerca di visioni del futuro che ci aiutino a costruire il presente, questa domanda non va dimenticata.