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nib.com architecture texts - Essay
 
marco ragonese  cfcstudio@libero.it
CFCstudio  06.08.08
Uscire dalla zona rossa. Lo spazio urbano come open source
L'organizzazione di eventi che prevedono la partecipazione di figure rappresentative della politica mondiale si sta trasformando da opportunità di rinnovamento per le città ospitanti a problema che, alla fine, gli amministratori locali devono affrontare. Anche se in queste occasioni i governi nazionali avviano una serie di interventi migliorativi di porzioni di tessuto urbano - al fine di trasformarlo in un palcoscenico su cui dimostrare la propria efficienza - la richiesta di garanzie riguardanti standard di sicurezza sempre più alti e diversi, pone alle istituzioni locali questioni che incidono fortemente sul modo di fruire la città. Da una militarizzazione “discreta”, che si preoccupava di “coprire” (mediante gli uomini) più area possibile, si è giunti alla blindatura fisica della città e alla spettacolarizzazione della sicurezza quale strumento deterrente. Uno dei casi italiani più eloquenti di questo nuovo approccio è stato il G8 tenutosi a Genova nel 2001, quando una porzione di città è diventata un vero e proprio “vuoto” urbano temporaneamente inaccessibile ai cittadini (la famigerata zona rossa), mentre il resto si è trasformato in un campo di battaglia su cui si sono affrontati manifestanti e forze dell'ordine. Esempi medesimi sono rintracciabili in tutto il mondo, ma forse con esiti meno tragici.
Probabilmente, il difetto nell'affrontare il problema della sicurezza risiede nella incapacità di leggere i fenomeni che riguardano la città, saperli analizzare nel profondo. Se vi è, come dice Bauman, una “guerra all'insicurezza, ai rischi e ai pericoli “dentro” la città”, resta da capire come sia possibile operare su un campo già impegnato nella battaglia. Come capitato alle forze statunitensi in Iraq, la strategia complessiva non è chiara: i contesti sono sfuggenti e gli organizzatori incapaci di individuare il rischio concreto perché intanto esso è “diventato, tendenzialmente, interstiziale”. Invece di un uso indiscriminato di spazio (da sottrarre) e forze (da distribuire) a cui la città e i suoi abitanti devono assistere passivamente, forse si potrebbe mettere in atto strategie che, non perseguendo l'occupazione attraverso la delimitazione, interagiscano con i contesti (umani, fisici), pronte a mutare nel caso in cui si presentassero delle anomalie. In questa ottica, gli architetti dello spazio urbano dovranno, sempre più, proporre dei progetti che siano dei sistemi aperti, dei veri e propri spazi open source.
Molto spesso, infatti, le migliorie prodotte in concomitanza di eventi simili si riducono a mere operazioni di restyling, scenograficamente seducenti ma strutturalmente ininfluenti, i cui effetti hanno un'inerzia cronologicamente molto breve se non addirittura nulla. Strumenti di una visione della città trasformata in medium, attraverso cui i poteri cercano legittimazione e rappresentatività senza rendersi conto che, seppur manovrando magistralmente lo strumento dell'insicurezza a proprio piacimento, gli spazi della città si stanno liquefacendo e non è più sufficiente la loro delimitazione fisica per impedirne l'occupazione.