Luigi Centola
architetto
24.08.10
MINIMALISMO CABLATO ALLA BIENNALE. CRITICA PREVENTIVA
Nel momento il cui la Cina sorpassa il Giappone quale seconda potenza economica mondiale all’inseguimento degli Stati Uniti, alla Biennale di Venezia la direttrice-architetto Sejima mette in scena un’elegante celebrazione del sol levante come sofisticato programma culturale e progettuale coordinato dal suo studio SANAA.
Se l’industria delle costruzioni segue a breve distanza il boom economico di un paese allora si potrebbero ritenere, le installazioni di Sejima e dei giovani seguaci presso l’Arsenale, frutti maturi (o terminali) del trentennale miracolo nipponico. Sejima comunque non espone i poetici progetti minimalisti realizzati dalla sua scuola ma gioca sul labile confine tra architettura e arte per rilanciare il Giappone verso una nuova avanguardia cablata e responsabile.
In fondo, questa Biennale colonizzata conferma l’intuizione “oltre l’architettura” di Betsky, per offrire esperienze adatte a coinvolgere il pubblico, anche dei non addetti ai lavori. I visitatori attraversano il progetto totale e coerente di Sejima declinato dal socio Nishizawa, dagli allievi Ishigami, Fujimoto e Kondo, dal maestro Ito, dai consulenti TransSolar e Arup, e perfino dal regista Wim Wenders che le dedica un film.
Quali le critiche di autocelebrazione se il direttore fosse stato un italiano?
Nemmeno Fuksas nel 2000 aveva osato tanto.
In ogni caso non possiamo non riconoscere l’originalità, la bravura e la tecnica della pattuglia giapponese, come felice espressione di un solido e innovativo sistema-paese che travalica i ristretti confini geografici dell’isola, a partire dalla prima generazione dei Metabolisti (Tange, Maki, Kurokawa…), passando per la seconda generazione dei Maestri (Ando, Aoki, Hasegawa, Ito, Taniguchi, Yamamoto…) per arrivare, non casualmente, a Sejima. Anche i riferimenti dichiarati della 12.ma Mostra di Architettura, gli scomparsi, ma invitati, Bo Bardi e Price sottolineano l’attenzione al corpo, all’occupazione dello spazio, al movimento e alla vita di uomini e donne prima che alla forma degli edifici, temi confermati dal Leone d’Oro alla carriera assegnato a Koolhaas e da quello alla memoria come omaggio a Shinoara. Insomma di sicuro una Mostra coerente e stimolante, la più criticamente angolata e meno inclusiva degli ultimi anni, nonostante l’abbia curata una progettista.
In conclusione una nota sugli assenti, che spesso contano più dei presenti, per definire il progetto culturale di ogni Biennale. Agli osservatori più attenti non sarà sfuggito che a Venezia quest’anno mancano, oltre a molte star Americane ed Europee, preventivamente etichettate e liquidate come formaliste, anche gli emergenti Cinesi e alcuni scomodi connazionali coetanei della direttrice, tra tutti Kuma e Ban, non proprio dei vuoti formalisti.
Intanto gli italiani per partecipare aspettano tempi migliori e forse un direttore meno integralista… a proposito chi sarà il prossimo? Il Presidente Baratta approfitterà del Leone d’Oro e dei nuovi incarichi in laguna per convincere Koolhaas, uno dei pochi in grado di poter sceneggiare una 13.ma Mostra tanto originale quanto controversa?
Luigi Centola - Centola & Associati
info@centolaassociati.com
Amalfi, 21 Agosto 2010
Se l’industria delle costruzioni segue a breve distanza il boom economico di un paese allora si potrebbero ritenere, le installazioni di Sejima e dei giovani seguaci presso l’Arsenale, frutti maturi (o terminali) del trentennale miracolo nipponico. Sejima comunque non espone i poetici progetti minimalisti realizzati dalla sua scuola ma gioca sul labile confine tra architettura e arte per rilanciare il Giappone verso una nuova avanguardia cablata e responsabile.
In fondo, questa Biennale colonizzata conferma l’intuizione “oltre l’architettura” di Betsky, per offrire esperienze adatte a coinvolgere il pubblico, anche dei non addetti ai lavori. I visitatori attraversano il progetto totale e coerente di Sejima declinato dal socio Nishizawa, dagli allievi Ishigami, Fujimoto e Kondo, dal maestro Ito, dai consulenti TransSolar e Arup, e perfino dal regista Wim Wenders che le dedica un film.
Quali le critiche di autocelebrazione se il direttore fosse stato un italiano?
Nemmeno Fuksas nel 2000 aveva osato tanto.
In ogni caso non possiamo non riconoscere l’originalità, la bravura e la tecnica della pattuglia giapponese, come felice espressione di un solido e innovativo sistema-paese che travalica i ristretti confini geografici dell’isola, a partire dalla prima generazione dei Metabolisti (Tange, Maki, Kurokawa…), passando per la seconda generazione dei Maestri (Ando, Aoki, Hasegawa, Ito, Taniguchi, Yamamoto…) per arrivare, non casualmente, a Sejima. Anche i riferimenti dichiarati della 12.ma Mostra di Architettura, gli scomparsi, ma invitati, Bo Bardi e Price sottolineano l’attenzione al corpo, all’occupazione dello spazio, al movimento e alla vita di uomini e donne prima che alla forma degli edifici, temi confermati dal Leone d’Oro alla carriera assegnato a Koolhaas e da quello alla memoria come omaggio a Shinoara. Insomma di sicuro una Mostra coerente e stimolante, la più criticamente angolata e meno inclusiva degli ultimi anni, nonostante l’abbia curata una progettista.
In conclusione una nota sugli assenti, che spesso contano più dei presenti, per definire il progetto culturale di ogni Biennale. Agli osservatori più attenti non sarà sfuggito che a Venezia quest’anno mancano, oltre a molte star Americane ed Europee, preventivamente etichettate e liquidate come formaliste, anche gli emergenti Cinesi e alcuni scomodi connazionali coetanei della direttrice, tra tutti Kuma e Ban, non proprio dei vuoti formalisti.
Intanto gli italiani per partecipare aspettano tempi migliori e forse un direttore meno integralista… a proposito chi sarà il prossimo? Il Presidente Baratta approfitterà del Leone d’Oro e dei nuovi incarichi in laguna per convincere Koolhaas, uno dei pochi in grado di poter sceneggiare una 13.ma Mostra tanto originale quanto controversa?
Luigi Centola - Centola & Associati
info@centolaassociati.com
Amalfi, 21 Agosto 2010



