Luigi Centola
Architetto - Editore Newitalianblood
29.07.10
Cambiare i concorsi senza cambiare le leggi
Il sistema dei concorsi di architettura, in Italia, al di là di qualche sporadica eccellenza, nonostante il succedersi di leggi e regolamenti, non mostra la diffusione auspicata né sostanziali evoluzioni. Sicuramente non solo a causa di procedure perfettibili, spesso tirate in ballo come alibi, quanto per l’evidente incapacità di programmare e per la scelta delle stazioni appaltanti di non coinvolgere i cittadini nei processi decisionali e di nominare giurie di basso profilo. Alcune fortunate eccezioni, per fortuna, smentiscono l’assunto per il quale, seguendo le attuali leggi sui lavori pubblici, non sia possibile realizzare concorsi modello per individuare opere di qualità da costruire in tempi ragionevoli. Come spesso accade, le buone pratiche sono soltanto una questione di volontà politica e competenza tecnica. Dunque, prima di gettare la croce addosso a Sindaci e amministratori, spesso accusati di utilizzare i concorsi come propaganda elettorale e non dare seguito ai progetti, cerchiamo di capire come preparare le condizioni per cui i concorsi, di progettazione o di idee, possano avere, non solo un esito trasparente ma anche un sicuro e veloce iter realizzativo.
Se un’Amministrazione decide di programmare e investire su un’opera pubblica, lo dovrebbe fare per uno dei seguenti motivi: offrire risposta adeguata a un servizio necessario (residenze sociali, scuole, biblioteche, attrezzature sportive, spazi pubblici…), elevare il livello di vivibilità e di competitività di un territorio (musei, aeroporti, stazioni, metropolitane, parchi…), razionalizzare le proprietà e gli investimenti per consentire il giusto rendimento (sedi istituzionali, uffici…). Effettuata la scelta politica delle opere pubbliche attraverso il piano triennale, va sviluppato un accurato lavoro di condivisione e programmazione sui singoli progetti, che in genere manca completamente o risulta del tutto inadeguato, per verificare la rispondenza ai bisogni reali delle comunità, la fattibilità tecnico-economica e l’effettiva disponibilità finanziaria.
Lo studio di fattibilità, sintetizzato nel documento preliminare alla progettazione, il coinvolgimento dei cittadini tramite assemblee pubbliche e la nomina di giurati super partes con comprovata competenza, costituiscono i tre momenti determinanti per il successo, o l’insuccesso, di qualsiasi concorso, al di là di qualsiasi regolamento. In Italia non avendo, purtroppo, alcuna formazione o cultura specifica dedicata ai programmatori di concorsi, ad eccezione del Trentino Alto Adige, difficilmente si svolge un lavoro preparatorio adeguato. L’assenza di copertura finanziaria in aggiunta al quasi mai praticato coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni, conduce spesso alla morte prematura dei progetti al variare delle Amministrazioni o delle disponibilità economiche (i.e. nuovo edificio Iuav a Venezia - Miralles Tagliabue; museo archeologico di Velia - Mezzedimi; complesso scolastico a Vignola - Greppi e Bianchetti). Nel peggiore dei casi i progetti risultano calati dall’alto e più vicini all’interesse o all’immagine di pochi che alle reali necessità delle comunità (i.e. Museo Betile a Cagliari - Zaha Hadid); talvolta addirittura non si fa nemmeno attenzione al contesto anche quando ci si trova in presenza di edifici contemporanei da tutelare come l’ala Cosenza (i.e. ampliamento della Gnam a Roma - Diener & Diener).
In ogni caso l’attuale legge italiana sui lavori pubblici, consente agli Enti banditori di nominare giurie composte esclusivamente da tecnici interni alle Amministrazioni e di renderne noti i nomi soltanto dopo la consegna dei progetti. Senza nulla togliere alla preparazione dei funzionari, si comprende come il livello di ricerca e di sperimentazione, applicando alla lettera le indicazioni del Codice, non possa che uscirne mortificato; anche per questo, negli ultimi anni, osserviamo proposte concorsuali sempre meno ambiziose o addirittura omologate. Con l’avallo di giurie interne prive di contraddittorio, praticità ed economicità prevalgono di gran lunga su ricerca, innovazione tecnologica e complessità spaziale.
Il recente concorso per la Città dei Bambini di Frattamaggiore costituisce un esempio paradigmatico di come il mix di tecnici interni (in maggioranza) e professionisti, non solo geograficamente, troppo vicini all’Amministrazione orienti scelte dal carattere localistico e rinunciatario. Basterebbe rendere sempre palesi le giurie chiamando a rotazione, insieme ai tecnici interni, anche per opere di piccole dimensioni, i migliori architetti, ingegneri e critici indipendenti, per rilanciare la fiducia e la spinta propulsiva di un confronto basato sulla sperimentazione e sulla ricerca che in Italia si sta inesorabilmente spegnendo. Dichiarare in anticipo i nomi dei giurati, oltre che atto di dovuta trasparenza consentito dal Codice, consentirebbe a tutti di valutare la partecipazione anche secondo la linea culturale esplicitata dall’Ente banditore. Partendo da un programma preliminare accurato e dal relativo dimensionamento del budget necessario alla realizzazione e alla gestione si eviterebbero anche quelle inaccettabili e ingiustificate lievitazioni esponenziali dei costi a cui tocca spesso assistere, anche in assenza del cosiddetto sistema gelatinoso.
La sfida della programmazione, della condivisione e delle giurie, all’interno delle regole esistenti, va posta con chiarezza, al di là dei possibili aggiornamenti o delle ulteriori auspicabili revisioni del Codice degli Appalti. Solo in questo modo non ci saranno più alibi per nascondere incapacità o malafede.
Originariamente pubblicato su Progetti&Concorsi - Il Sole24Ore, 28 luglio 2010 con il titolo:
Programma, consenso, giurie: tre regole per il successo
Se un’Amministrazione decide di programmare e investire su un’opera pubblica, lo dovrebbe fare per uno dei seguenti motivi: offrire risposta adeguata a un servizio necessario (residenze sociali, scuole, biblioteche, attrezzature sportive, spazi pubblici…), elevare il livello di vivibilità e di competitività di un territorio (musei, aeroporti, stazioni, metropolitane, parchi…), razionalizzare le proprietà e gli investimenti per consentire il giusto rendimento (sedi istituzionali, uffici…). Effettuata la scelta politica delle opere pubbliche attraverso il piano triennale, va sviluppato un accurato lavoro di condivisione e programmazione sui singoli progetti, che in genere manca completamente o risulta del tutto inadeguato, per verificare la rispondenza ai bisogni reali delle comunità, la fattibilità tecnico-economica e l’effettiva disponibilità finanziaria.
Lo studio di fattibilità, sintetizzato nel documento preliminare alla progettazione, il coinvolgimento dei cittadini tramite assemblee pubbliche e la nomina di giurati super partes con comprovata competenza, costituiscono i tre momenti determinanti per il successo, o l’insuccesso, di qualsiasi concorso, al di là di qualsiasi regolamento. In Italia non avendo, purtroppo, alcuna formazione o cultura specifica dedicata ai programmatori di concorsi, ad eccezione del Trentino Alto Adige, difficilmente si svolge un lavoro preparatorio adeguato. L’assenza di copertura finanziaria in aggiunta al quasi mai praticato coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni, conduce spesso alla morte prematura dei progetti al variare delle Amministrazioni o delle disponibilità economiche (i.e. nuovo edificio Iuav a Venezia - Miralles Tagliabue; museo archeologico di Velia - Mezzedimi; complesso scolastico a Vignola - Greppi e Bianchetti). Nel peggiore dei casi i progetti risultano calati dall’alto e più vicini all’interesse o all’immagine di pochi che alle reali necessità delle comunità (i.e. Museo Betile a Cagliari - Zaha Hadid); talvolta addirittura non si fa nemmeno attenzione al contesto anche quando ci si trova in presenza di edifici contemporanei da tutelare come l’ala Cosenza (i.e. ampliamento della Gnam a Roma - Diener & Diener).
In ogni caso l’attuale legge italiana sui lavori pubblici, consente agli Enti banditori di nominare giurie composte esclusivamente da tecnici interni alle Amministrazioni e di renderne noti i nomi soltanto dopo la consegna dei progetti. Senza nulla togliere alla preparazione dei funzionari, si comprende come il livello di ricerca e di sperimentazione, applicando alla lettera le indicazioni del Codice, non possa che uscirne mortificato; anche per questo, negli ultimi anni, osserviamo proposte concorsuali sempre meno ambiziose o addirittura omologate. Con l’avallo di giurie interne prive di contraddittorio, praticità ed economicità prevalgono di gran lunga su ricerca, innovazione tecnologica e complessità spaziale.
Il recente concorso per la Città dei Bambini di Frattamaggiore costituisce un esempio paradigmatico di come il mix di tecnici interni (in maggioranza) e professionisti, non solo geograficamente, troppo vicini all’Amministrazione orienti scelte dal carattere localistico e rinunciatario. Basterebbe rendere sempre palesi le giurie chiamando a rotazione, insieme ai tecnici interni, anche per opere di piccole dimensioni, i migliori architetti, ingegneri e critici indipendenti, per rilanciare la fiducia e la spinta propulsiva di un confronto basato sulla sperimentazione e sulla ricerca che in Italia si sta inesorabilmente spegnendo. Dichiarare in anticipo i nomi dei giurati, oltre che atto di dovuta trasparenza consentito dal Codice, consentirebbe a tutti di valutare la partecipazione anche secondo la linea culturale esplicitata dall’Ente banditore. Partendo da un programma preliminare accurato e dal relativo dimensionamento del budget necessario alla realizzazione e alla gestione si eviterebbero anche quelle inaccettabili e ingiustificate lievitazioni esponenziali dei costi a cui tocca spesso assistere, anche in assenza del cosiddetto sistema gelatinoso.
La sfida della programmazione, della condivisione e delle giurie, all’interno delle regole esistenti, va posta con chiarezza, al di là dei possibili aggiornamenti o delle ulteriori auspicabili revisioni del Codice degli Appalti. Solo in questo modo non ci saranno più alibi per nascondere incapacità o malafede.
Originariamente pubblicato su Progetti&Concorsi - Il Sole24Ore, 28 luglio 2010 con il titolo:
Programma, consenso, giurie: tre regole per il successo



